Estratti

Le imposte della finestra all’ultimo piano della palazzina rosa si aprirono. Era il segnale convenuto. Il tale al posto di guida sapeva che da lì a poco avrebbe dovuto avviare il motore. Doveva essere pronto a partire subito per evitare il più possibile che qualcuno riconoscesse la persona che saliva in macchina. Erano trascorse già due ore e l’attesa si era fatta insopportabile. Tirò un sospiro di sollievo nel vedere finalmente aprirsi la finestra e scese per fumare un’ultima sigaretta.
La storia andava avanti da qualche mese e non ne poteva più, ma rifiutare quell’incarico avrebbe compromesso il rapporto di lavoro e alterato invano il precario equilibrio economico della famiglia. Non stava a lui giudicare. Quella relazione segreta non lo riguardava. E poi era soltanto un capriccio, una sbandata destinata a spegnersi come il mozzicone che schiacciò per terra dopo averne aspirato l’ultima boccata.

Nella grande stanza, gli ambienti si confondevano uno con l’altro, e con essi il tempo. Una volta dentro non si sapeva più se fosse l’alba o il tramonto e l’uomo stentava a ricordare la propria identità. Solo Paulina, la delicata essenza della sua pelle e la sua innocenza, esistevano.
— È tardi, devi andare via, disse lei porgendogli un telo di spugna.
Lui annuì, gettò via il lenzuolo e lentamente si mise a sedere sul letto, poi a fatica si alzò e aprì la finestra. La stanza si inondò di luce e Paulina si coprì gli occhi. La sua pelle fresca irradiata dal sole sembrava ancora più candida e luminosa. Le gambe snelle, i fianchi stretti e il seno troppo acerbo fecero sussultare l’uomo che si eclissò in bagno.

Se pietà di me non senti, giusto ciel, io morirò…
In macchina insieme al motore si era avviato il solito cd, ma le note e le parole travolgenti del Giulio Cesare non riuscivano a penetrare i pensieri di Giorgio che se ne rimaneva taciturno. Assaporava ancora il gusto selvatico di Paulina che lo riportava al bel tempo dell’infanzia, alle scorpacciate di giuggiole colte strappando i rami. Chiuse gli occhi, strinse forte la sciarpa e la portò alle narici. Questo gesto bastava a stordirlo. Una cascata di viole, mughetti, primule, narcisi e tutti i profumi di Grasse non sarebbero stati sufficienti a descrivere l’essenza odorosa di Paulina.



… … …



Ancora una volta il Santa Maria portava il suo carico di vite umane stipate una sull’altra. I suoi fianchi gravidi, dalla vernice azzurra scolorita dal sole e dalle onde, scivolavano lentamente tra i flutti che si facevano sempre più minacciosi. Nella sua vita precedente quello che oggi veniva chiamato « una carretta del mare » era stato un fiero peschereccio che riforniva di aragoste, triglie, granchi di scoglio e pesce spada i ristoranti della costa. Ora invece faceva la spola tra Durazzo e il golfo di Brindisi. In quel punto la striscia di mare che separa l’Italia dall’Albania si stringe a tal punto che attraversarla è un gioco da ragazzi. A volte riusciva a fare il viaggio di andata e ritorno in ventidue ore trasportando anche centocinquanta passeggeri.
Ma quella notte lo scirocco soffiava talmente forte da mandare sempre più alla deriva il vecchio peschereccio. La paura cominciava a impadronirsi degli scafisti e dei clandestini. Molti gemevano in preda al mal di mare. I bambini e le donne piangevano mentre gli uomini imprecavano. Ma, quando la situazione sembrava diventare insostenibile, le prime luci dell’alba arrivarono e il mare abbandonò la sua furia, riportando negli animi un po’ di speranza e serenità.
La meta tuttavia era ancora lontana e l’arrivo in terraferma non poteva avvenire in pieno giorno, l’operazione sarebbe stata troppo pericolosa per gli organizzatori del viaggio, che decisero di rallentare per far sì che si arrivasse alle prime ore della sera.
Quando il sole finalmente decise di affondare nel mare, lasciando che il cielo cominciasse a imbrunire, la vecchia imbarcazione si avvicinò lentamente alla terraferma.
Paulina in silenzio osservava le luci della costa che, da piccoli bagliori, diventavano sempre più nitide e multicolori. Finalmente sarebbe potuta scendere da quella maledetta nave.



… … …



Il viaggio in mare per Paulina fu segnato da una sensazione di solitudine e di assoluta indifferenza per lo scorrere degli eventi. A distanza di tempo, ogni tanto, quei momenti, impressi suo malgrado nella memoria, si riaffacciavano prepotenti. Fu la prima volta forse che cominciò ad avere la coscienza di essere abbandonata a se stessa, ma questa scoperta non le causava alcuno sconforto particolare. Era già abituata alla durezza della vita. Anche nella sua casa trascorreva spesso intere giornate in completa solitudine. Solo raramente le veniva permesso di giocare con Lenka che aveva quattro anni meno di lei. Quando era sul più bello sua madre veniva a prelevarla e a impartirle ordini. Piccoli lavori che Paulina non riusciva a fare con sufficiente diligenza e che erano causa di sgridate a volte molto aspre. Su quel barcone si sentiva smarrita, ma nessuno le imponeva cosa fare. La donna, che si faceva chiamare zia e a cui era stata affidata per quel viaggio, si occupava di suo figlio senza curarsi di lei. In totale abbandono, Paulina quella notte stava vivendo il primo grande evento della sua vita, quello che avrebbe segnato e condizionato il suo futuro. Certo non immaginava di essere stata strappata per sempre alla sua infanzia.
Durante quella traversata Paulina si era sentita come dentro un guscio all’interno del quale non vi era nessun pericolo. Era soltanto rimasta a lungo rannicchiata sotto una vecchia coperta a lottare contro la nausea, alternando a un sonno profondo rari momenti di veglia. Fra i pensieri che le balenavano in mente, quello che le si presentava più spesso era il perché avessero deciso di farle fare quel viaggio in nave anziché lasciarla a dormire nel suo letto, anziché lasciarla nel suo villaggio dove, forse, l’indomani avrebbe potuto giocare con Lenka. Ora, se la sua compagnuccia l’avesse cercata, avrebbe trovato solo la bambola di pezza che Paulina quella notte aveva dimenticato sul letto. Per un attimo provò l’impulso di gridare, ma nella sua breve esistenza aveva già avuto modo di imparare a sue spese che le lagnanze possono produrre altri guai, come quella volta che aveva piagnucolato perché non voleva andare da sola a prendere la legna nel bosco, e il nuovo padre l’aveva picchiata facendole uscire il sangue dal naso. Paulina non disse nulla. La sua mente però non voleva ubbidirle e si chiedeva ancora cosa mai andassero a fare in Italia lei e tutte quelle persone. Stanca di quei pensieri guardò ancora una volta il cielo, richiuse gli occhi e si addormentò, rincuorata dalla luce lontana delle piccole stelle che tutto il tempo le avevano fatto compagnia.
Durante il sonno di Paulina il barcone, che un attimo prima era cullato dolcemente dalle onde, man mano che il mare si ingrossava sempre più a causa del vento, ondeggiava paurosamente. Oscillava da una parte all’altra, tanto da sfiorare un momento l’acqua e subito dopo il cielo. Paulina si svegliò di soprassalto e pensò che avrebbe dovuto nuotare per la prima volta e che sarebbe annegata. Si chiese se i pesci mangiassero i bambini. Ma si tranquillizzò anche stavolta e ai soliti sogni si aggiunse quello in cui si vide nell’acqua circondata da grossi pesci balestra di colore azzurro che le nuotavano accanto senza toccarla.



… … …



Il villaggio di Gradet, nel quale Paulina viveva, aveva un’unica fonte dove si andava ad attingere acqua coi muli. Era un giorno speciale, era festa quando si andava a prendere l’acqua. Solo i ragazzi più grandi potevano accompagnare gli adulti perché bisognava camminare due ore. Un giorno Paulina pregò la mamma di farla andare con loro. Il signor Irvis all’andata la fece salire sul mulo. Una volta alla fonte fece il bagno insieme agli altri ragazzi nell’acqua fresca del ruscello. Come avrebbe voluto che ci fosse stata anche Lenka!
Al ritorno era stanca, aveva i piedi doloranti e non riusciva più a camminare. Il buon signor Irvis se l’era portata sulle spalle per tutto il tragitto, ma il nuovo babbo quando li vide arrivare non fu contento e per Paulina non ci sarebbero state altre occasioni di andare alla fonte.
Se la mamma sapesse quanta acqua aveva ora in questo paese! Perché l’aveva lasciata partire da sola con Anna anziché venire in Italia anche lei? Paulina aveva voglia di rivedere le colline che circondavano il suo villaggio natale, ma non voleva ritornare in una casa senza bagno. Come odiava dover andare appena alzata nell’aia a vuotare l’orinale! Paulina pensava che forse coi suoi denari avrebbe potuto costruire una casa nuova per la mamma, con un bagno tutto suo, così forse le avrebbe voluto più bene.
Ma poi pensava che nel suo villaggio di case ce n’erano tante, e che non c’erano abbastanza persone per abitarle. Infatti Gradet assomigliava sempre di più alle rovine dove Paulina andava a giocare con Lenka. Perché la gente fuggiva da Gradet? Sarebbe fuggita anche la sua piccola compagna? Se così fosse stato, come avrebbe fatto un giorno a ritrovarla?
Paulina non si stancava di stare nell’acqua mentre pensava al villaggio lontano, ma quel giorno aveva fretta di prendere l’autobus.
Era riuscita a fare i conti dei giorni di assenza di Luigi disegnando su di un foglio delle caselle vuote. Venti caselle. Venti, due volte le dita delle sue mani.
Ogni mattina appena alzata il suo primo pensiero era barrare uno di quei piccoli riquadri per vedere quanti giorni restavano ancora. Erano cinque ora le caselle restanti. Una sola mano bastava a designare le giornate di libertà che l’attendevano.
Erano passati quindici giorni, ma Paulina non era ancora abbastanza appagata della libertà di cui aveva goduto. Anzi, giorno dopo giorno, la sua amica Lucia, il parco, l’autobus, il signore dei cioccolatini, allontanavano da lei l’orizzonte. Il mondo per lei diventava ogni giorno più grande.


… … …



Il 421 era il luogo dove Paulina ritrovava di tanto in tanto i suoni della sua lingua. Le parole, come le note ricorrenti di un motivo musicale dimenticato, riaffioravano via via nella memoria ridiventando familiari: rrugë, akullore, shkollë, mumje…
Mumje! Il suono di questa parola fece riemergere dal limbo in cui erano precipitati i ricordi delle tenere premure di sua madre, di quando al mattino la svegliava coi nomignoli più affettuosi.
A quelle rievocazioni, concatenate da un filo invisibile, ne seguivano altre, come nel vecchio gioco psicologico di associazione d’idee dove l’enunciazione di una prima parola implica il susseguirsi delle altre. Allora l’immagine nitida del volto fresco e sorridente della sua mumje si sovrapponeva a quelle del latte appena munto, del baklava cosparso di sciroppo, delle lenzuola profumate stese al sole, dei cespugli di mirto, della luna pallida che nei pomeriggi d’estate Paulina salutava agitando la mano, del buon signor Irvis, di Lenka… Tutte cose che sapevano di buono e che colmavano l’animo di Paulina di sensazioni inaspettate e dolorose per la struggente nostalgia della sua terra che l’assaliva.
Paulina se ne tornò a casa. Ah, se almeno avesse avuto la sua bambola di pezza!
Aprì l’armadio per riporre il suo giubbotto e allora lo vide. Piegato con cura nel ripiano. Il maglioncino azzurro a rombi traforati. Lo stesso che indossava la notte del suo viaggio in quel vecchio e stanco peschereccio. Quella notte non sembrava così soffice, ma ora il tempo gli aveva restituito il calore primitivo. Un calore dato dal filato invisibile del bene e dell’adorazione che la mamma aveva intrecciato con la lana.
Seduta sulla sedia, o sdraiata tra i cuscini del suo letto, la giovane donna srotolava il gomitolo azzurro e sferruzzava seguendo il modello che aveva in mente. Con destrezza guidava il filo inanellato intorno al medio sulle punte dei ferri. Riproducendo inconsapevole i gesti di antenati lontani consegnava a quell’indumento ordinario, oltre al suo amore di madre, la carità di tutte le madri della loro terra.
I giorni passavano e Paulina vedeva il gomitolo diventare sempre meno consistente e il suo maglione prendere forma.
Quante cose ancora riportò alla memoria quel cencio di lana che Paulina stringeva al petto! Come un torrente in piena, i ricordi la travolsero e la fecero sprofondare nella disperazione e nel sonno.
Al suo risveglio aveva scosso la testa come per scacciare i pensieri da cui era stata sopraffatta, si era rimessa il giubbotto ed era uscita.

Quel pomeriggio due avvenimenti avrebbero causato in Paulina ancora inquietudine e turbamento.
Il primo, fu un incontro prevedibile. L’autobus che Paulina prendeva era spesso frequentato da suoi connazionali. Ed ecco che uno di loro, mentre viaggiava sul 421 parlando nella sua lingua, aveva cercato di abbordarla. La reazione sgarbata della ragazza avrebbe potuto inibire per sempre ogni possibilità di dialogo tra i due. Ma Evan, che più di una volta aveva notato la ragazza nel parco, non si scoraggiò vedendo l’uomo trascinarla via. Di sicuro doveva trattarsi di suo padre. Avrebbe aspettato una nuova occasione, ma sarebbe riuscito a far breccia nell’animo della ragazza. E così quell’incontro rappresentò la nascita di un sodalizio. Una nuova amicizia che sarebbe stata preziosa per Paulina.
L’altro avvenimento, che coincise con il primo, fu il precipitarsi sotto la pioggia dell’uomo dei cioccolatini e la successiva corsa in taxi insieme. Questo fatto avrebbe segnato per lei l’inizio di un’era nuova. Un’era in cui Paulina, con abilità insospettate, escogitando ogni giorno nuovi espedienti, sarebbe riuscita a impedire ogni contatto tra le persone che frequentava.
In diverse occasioni Paulina si accorse di com’era facile per lei sdoppiarsi. La sua personalità, come un camaleonte, aveva cominciato a plasmarsi a seconda delle esigenze, o secondo la persona che aveva davanti.

La Paulina di Luigi e dei suoi amici vestiti di grigio era incapace di tenersi in piedi sulle gambe fragili. Era una creatura arrendevole e silenziosa, una martire bambina sulla quale loro allungavano la mano. La sfioravano appena con le dita, la toccavano come una reliquia, come se solo il candore di un’anima potesse far loro raggiungere il piacere. Le cose turpi che facevano con lei erano per loro motivo di rimorso e di vergogna. Prima di ritornare lasciavano passare il tempo necessario a emendare il loro peccato. Tornavano da Paulina solo quando sentivano di essersi purificati attraverso l’espiazione e il sincero pentimento, e dopo essere passati a lasciare un’offerta generosa al loro parroco.

La Paulina degli incontri con Giorgio era piena di mistero e aveva già una vita propria. Sapeva muoversi con grazia come le figlie dei suoi amici cresciute con tutti gli agi e i privilegi del loro ceto. Era un essere pensante in continua evoluzione. Il linguaggio che adoperava si arricchiva e si ingentiliva a ogni incontro. Giorgio non sapeva da dove venisse questa ragazzina, ma scrutando i suoi modi garbati, i lineamenti delicati, gli occhi lucidi dallo sguardo profondo e un po’ distante, pensava che Paulina non aveva nulla in comune con la tredicenne brasiliana che il suo amico Roberto gli aveva procurato. Nonostante il turbamento che aveva provato durante quell’avventura, si era trattato di uno dei tanti incontri mercenari organizzati dalla guida turistica locale. Adesso Giorgio aveva l’impressione che il denaro che metteva nella scatola, quando la sera lasciava Paulina, rappresentasse soltanto un obolo per ringraziare una qualche sconosciuta divinità per la vergine che gli offriva. Una vergine a cui Giorgio, per assoggettarne la volontà, imponeva pratiche sempre più estreme. All’inizio Paulina aveva trovato che Giorgio aveva un buon odore e che le sue mani erano morbide. Solo col tempo aveva cominciato a capire come la via del piacere in lui passasse attraverso il male e ne aveva paura, ma, cosciente che il suo denaro insieme a quello di Luigi potesse costituire una strada possibile per tornare a Gradet, resisteva.
La Paulina di Giorgio cominciava quindi a progettare la sua fuga? Aveva la consapevolezza di un’altra vita possibile?

Certo Paulina si muoveva in molteplici direzioni. Ed era forse la Paulina di Evan a pianificare un ritorno al suo villaggio. Evan le descriveva le rovine di Gradet parlando la sua lingua, come avrebbe potuto non sentirne il richiamo?

 

Giovanna Betto
Paulina
144 pagine / 18,50 euro
Brossura 12/19,5 cm
Collana : I venticinque
isbn 978-88-89421-95-6

 

 

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